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TETTO AGLI STIPENDI DEI MANAGER

01.02.2010
Per Colaninno una misura demagogica, ingiusta e inefficace


Il Senato ha dato il via libera all'emendamento che stabilisce un tetto per gli stipendi dei manager di banche e società quotate, che non dovranno superare gli stipendi dei parlamentari, e stabilisce il divieto di stock option per i manager delle banche.

Per il deputato mantovano del PD Matteo Colaninno, responsabile del Partito Democratico per lo Sviluppo Industriale e Finanza d'impresa, si tratta di una misura “demagogica, ingiusta e inefficace.

“E’ un provvedimento ingiusto perché si mettono sullo stesso il fatto legittimo che un bravo manager sia, giustamente, ben pagato con elementi distorsivi, patologici o criminali che avrebbero bisogno di ben alti provvedimenti, come il reato di autoriciclaggio, chiesto da magistrati e Bankitalia, il reato di falso in bilancio, da ripristinare. E’ inefficace perché non serve all'azienda né agli stake holder, inoltre avrebbe l’effetto di far sparire i manager, soprattutto i migliori, che se ne andrebbero all'estero, e non ne abbiamo certo bisogno. In realtà si è perso di vista ciò che dicevano gli economisti classici, cioè che il bene supremo è la continuità aziendale. E’ più opportuno pensare a ripristinare queste priorità. Si può fare ancorando la parte variabile delle retribuzioni dei top manager ai risultati ottenuti in archi temporali lunghi, sulla base di piani industriali pluriennali. Se è necessario fidelizzare i dirigenti con strumenti retributivi variabili, è interesse della società e dei suoi azionisti il manager sia valutato su ciò che realizza in anni di lavoro.
Il tetto per i compensi dei manager, negli Stati Uniti è stato introdotto per le società che hanno ricevuto aiuti statali, cioè soldi dei contribuenti. Non credo che lo Stato possa intervenire sulla misura dei compensi in società private e sul mercato.
Quanto all’obbligo di pubblicare i compensi dei dirigenti delle società quotate, queste applicano già il codice di autodisciplina che impone la trasparenza di compensi e retribuzioni, quindi l’obbligo di pubblicazione non è la rivoluzione che si è fatto credere”.


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